Archivio diaristico nazionale

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A Pieve Santo Stefano (Arezzo) c’è un posto magico, un vaso di Pandora pieno di quasi 7000 storie di italiani dal 1700 a oggi. Il 1900 è il secolo maggiormente rappresentato, 2700 scritti riguardano la II Guerra Mondiale, circa 1000 sono inerenti al fenomeno dell’emigrazione.

Si tratta dell’Archivio diaristico nazionale, il quale raccoglie dal 1984, diari, lettere, biografie, memorie, disegni, quasi tutti inediti.

archivioA raccontarmi la storia dell’archivio è la direttrice Natalia Cangi, che osserva come rispetto al passato, oggi ci sia un approccio più individualistico: “si tende a raccontare di sé lasciando il mondo fuori.” Negli anni, questo immenso patrimonio di storie non ha fatto che crescere, sia per l’afflusso sempre maggiore di documenti inediti, sia per l’ottenimento di riconoscimenti istituzionali. Grazie alla collaborazione di volontari, studiosi, ricercatori, appassionati, sono nate pubblicazioni, convegni, produzioni teatrali e cinematografiche, la rivista semestrale Primapersona e l’annuale Premio Pieve, concorso per diari e memorie.

Durante la visita al Piccolo Museo del Diario, uno spazio espositivo multi sensoriale aperto nel 2013, conosco la vice Presidente Grazia Cappelletti, la quale mi racconta l’incredibile storia di Clelia Marchi, un’anziana signora che ha scritto le proprie memorie su un lenzuolo, su cui tornerò tra poco. Grazia è uno scrigno di ricordi, ma ancora non ha scritto un diario, così ho rubato alcune delle sue parole, sperando che possano incentivarla a scrivere.

“Mia mamma era di Roma, suonava il pianoforte. Mio padre invece era fiorentino, lo ricordo scrivere sulla sua Lettera 22, proprio quella che c’è nell’altra stanza.”

E nell’altra stanza, infatti, c’è un Olivetti Lettera 22 da cui, con un gioco di luci, escono i fogli battuti a macchina del siciliano Vincenzo Rabito.

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archivioSiamo sconfinati un attimo in un’altra zona del Museo, ma torniamo nella stanza del lenzuolo dove ci siamo ritagliate un po’ di intimità, sì perché ci sono un sacco di persone che aprono e chiudono cassetti bramose di conoscere nuove storie.

archivio“Mio nonno paterno è stato il primo direttore commerciale della Buitoni, mio padre ha lavorato per lui come rappresentante, ma non amava stare dietro una scrivania, aveva bisogno di stare in mezzo alla gente. – racconta – Quando sono arrivata a Roma ho imparato tante cose. Pensa che Fellini mi vide recitare e mi mandò a chiamare per fare un provino, ma mio padre non mi volle mandare.”

Grazia ha sempre fatto teatro, infatti quando mi legge alcune parti del lenzuolo di Clelia, la sua voce mi avvolge e mi trasporta lontano. Lei c’era quando Clelia è arrivata all’Archivio consegnando le sue memorie, ma questa storia necessita di un capitolo a parte.

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archivio archivioMi sposto da una stanza all’altra continuando a guardare i cassetti, vorrei aprirli tutti. Mentre sono di fronte ai diari che si schiudono e raccontano storie lontane, conosco il fotografo Luigi Burroni, mi parla del giovane Orlando Orlandi Posti, rimasto vittima della strage delle Fosse Ardeatine. Diciottenne, nascondeva biglietti nel colletto della camicia da mandare alla madre mentre era detenuto in carcere.

Luigi si sofferma anche sulla storia del socialista Vincenzo Rabito, quello che la falce e il martello la puoi anche posare per un giorno se devi aiutare i figli candidati per altre fazioni politiche, quel Vincenzo che aspetta i parenti nobili della moglie il giorno del matrimonio, ma che non arriveranno mai e che sintetizza la scalata sociale dei valori gerarchici di allora – siamo a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento – di cui parla anche Verga, come mi fa notare un mio amico. Così mentre lui ricorda Don Gesualdo, io penso a lei, che nei venti giorni di fidanzamento non ha fatto altro che parlare delle sue presunte origini nobili per farsi sposare. Vincenzo vedeva la sua salvezza solo nell’imparentarsi con qualcuno di rango nobiliare, alla moglie bastava un matrimonio per adempiere al ruolo di donna rispettabile. Di questa coppia porto con me i segni rimasti impressi nella carta, tanta era la forza con cui Rabito premeva sui tasti della sua macchina da scrivere.

È tardi, sarebbe proprio l’ora di rientrare perché ci sono un paio d’ore di auto che mi separano da casa, ma la curiosità è sempre più forte, soprattutto quando incontra la disponibilità di Luigi che mi accompagna alla sede dell’Archivio.

archivio archivioQui mi mostra il diario di guerra (1915 – 1918) del piemontese Giovanni Givone. Sta combattendo contro gli austriaci quando, nel 1916, viene fatto prigioniero e condotto a Vienna, costretto a lavorare.

archivio archivio archivio archivioDevo andare, ma ormai tardi per tardi mi abbandono ancora tra quegli armadi pieni di raccoglitori minuziosamente catalogati. Questa è la storia di Emilia, costretta a un matrimonio combinato dove il marito la tradiva con la madre. La giovane si innamora di Federico, un ufficiale di Cavalleria, che diventa il suo amante, nonché destinatario delle lettere d’amore, datate 1881.

archivioMi stupisce subito la calligrafia e la disposizione artistica delle righe, forse per la poca carta a disposizione. I due si davano appuntamento tramite la corrispondenza postale, con la promessa di distruggere via via le lettere scritte. Quando il marito di Emilia è in punto di morte, lei gli promette fedeltà, Federico, venuto a conoscenza di tale promessa, si suicida.

Adesso è arrivato davvero il momento di ripartire, ma il mio viaggio in realtà non finisce. Al bookshop, senza risparmiarmi due chiacchiere con la gentile fundraiser Loretta Veri, ho acquistato “Il tuo nome sulla neve”, libro dove potrò leggere le parole contenute nel lenzuolo di Clelia Marchi, qui vi racconto la sua storia.

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