La casa dell’incesto – Anais Nin

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Il nostro reciproco amore è come il bacio di una lunga ombra, senza alcuna speranza di realtà.

Racconto di esordio di Anais Nin, La casa dell’incesto è la storia di una donna divisa tra il corpo e la propria vita emotiva. Una sorta di esperimento in cui far convergere l’esperienza onirica dei sogni verso una prosa lirica. “Vedo il simbolismo della nostra vita. Io vivo su due livelli, uno umano e uno poetico. Colgo le parabole, le allegorie.” Spiega all’amico Henry Miller affascinata da Breton, Rimbaud, Artaud.

Miller diviene una figura sempre più centrale nella vita dell’autrice, quando un collezionista di libri gli offre cento dollari al mese per scrivere racconti erotici, presto si stanca e chiede all’amica – amante di sostituirlo. Anais Nin passa i giorni in biblioteca a studiare il Kama Sutra, si appunta le avventure più spinte degli amici dando vita ai celebri racconti del Delta di Venere.

“Ricevetti cento dollari per i miei racconti erotici. Gonzalo aveva bisogno di soldi per il dentista, Helba aveva bisogno di uno specchio per i suoi balli, e Henry di denaro per il suo viaggio. Gonzalo mi raccontò la storia del Basco e Bijou, e io la scrissi per il collezionista.”

Doveva essere specifica, il committente misterioso voleva storie in cui il sesso veniva descritto in maniera esplicita, ma la scrittrice sapeva quanto fosse afrodisiaca la componente intellettuale. Quanto la temperatura della pelle, le sue sfumature, fossero dettagli infiammanti per un amante innamorato, perché “Solo il battito unito del sesso e del cuore può creare l’estasi.”

È la parte emozionale che troviamo in maniera preponderante ne La casa dell’incesto, il congiungimento visionario di corpo e psiche. “Mi svegliai all’alba, riversa su uno scoglio, scheletro di una nave soffocata dalle sue stesse vele.” Un richiamo all’Atlantide platonica naufragata al di là delle Colonne d’Ercole, punita come Ulisse dinanzi alla montagna del Purgatorio, proprio per aver superato quel non plus ultra, sfidando i limiti della conoscenza. È già qui la chiave di lettura che ruota intorno all’incesto, “La crepa nella realtà. La divina partenza.”

incesto

La catarsi ciclica torna a compiersi e ha inizio nel limbo dell’acqua uterina in cui tutto è nuovamente possibile. “Ti sento dentro di me, sento rapprendersi la mia voce come se ti bevessi, ogni delicato filo di rassomiglianza saldato a fuoco così che non se ne possa più scorgere la fenditura.” Il lettore non troverà eclatanti scene di sesso, nonostante l’allusione alla promiscuità tra padre e figlia, fratello e sorella e madre e figlio. Tutt’altro, emerge un esagerato narcisismo, non a caso la Nin ha frequentato Otto Rank, il quale ha pubblicato il primo scritto psicanalitico centrato su questo tema, collegandolo all’auto-ammirazione. Il vero incesto, infatti, risiede nella proiezione dell’amante di se stesso. L’amato è quindi immaginato, identificato con l’amante che lo ha creato: “in te vedo quella parte di me che sei tu.”

Il sesso palpita negli oggetti, nel tappeto orientale rosso e rigido, negli scogli che si spaccano, la terra che si spalanca, gli alberi che fiammeggiano come torce. La casa dell’incesto diviene metafora dell’unione di corpo e anima, per questo è importante che resti immobile, senza separazione, “per paura che tutto l’amore e tutta la vita possano scorrere via e disperdersi.”

Troviamo poi anche echi wilderiani: “Mi sono innamorato del tuo ritratto Jeanne, perché non cambierà mai. Ho una tale paura di vederti invecchiare, Jeanne. Mi sono innamorato di un immutabile te che non mi sarà mai sottratto.” È un dialogo rivolto al proprio sé, all’io interiore, ciò che scorre al di sotto, dove l’acqua trasmette vita e si è in “un’estasi di dissolvimento.”

“Se soltanto potessimo fuggire tutti da questa casa dell’incesto, dove negli altri amiamo solo noi stessi, se solo potessi salvarvi tutti da voi stessi.” Dice il Cristo moderno nato senza pelle per simboleggiare ancora, attraverso il corpo, la vulnerabilità della psiche. Ma oltre la casa c’è la luce del giorno, per andarci occorre disgregarsi ancora, separare i pezzi, cessare di esistere per rinascere su uno scoglio nuovo.

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