Io e lei. Confessioni della sclerosi multipla – Fiamma Satta

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A parlare è la voce tagliente della malattia, incalzante, irriverente, ma allo stesso tempo vittima della propria natura. È una voce spavalda, provocante, ma anche lamentosa, avida di attenzioni. Attanagliata “nella più profonda profondità, nel buio più buio. Nel silenzio più silenzioso” della sua “Gentileospite”, smania di essere riconosciuta, considerata. Come una bambina dispettosa, gode nel provocare sgambetti, formicolii, nell’obbligare il corpo a rallentare a tenere il suo ritmo quasi senza tempo, laddove non è mai nata, ma semplicemente è: “la natura non ha fretta, eppure tutto si realizza.”

È la voce della sclerosi multipla, che nel libro di Fiamma Satta, Io e lei, acquista l’identità precisa di una realtà che non può essere ignorata, una coabitazione coatta dove il corpo da contenitore diventa contenuto e viceversa. Due entità che si ritrovano a essere una cosa sola, come una perenne gestazione. Ne consegue un rapporto simbiotico di dipendenza, “morta lei, morta io”, catulliane emozioni contrastanti dove la protagonista, quella vera, sembra essere inafferrabile.

La malattia cerca di prevaricare, si paragona a Attila, alla raggirante Marchesa de Merteuil, celebre personaggio di Laclos, si pone come egemonizzante, autoreferenziale, colei che incute timore al solo pronunciarne il nome. Eppure, la “Gentileospite” in qualche modo le sfugge, non è sempre al centro dei suoi pensieri totalizzante e invadente, già, perché “indubbiamente su di lei l’amore vanta effetti più nefasti.” Eccola l’unica risposta possibile a qualcosa che ti si è piantata dentro con la quale dovrai convivere tuo malgrado: l’amore, la poesia, la bellezza, l’accettazione. C’è uno spazio più profondo di quello in cui è annidata la sclerosi, è un’oasi in cui regna l’emozione, l’ispirazione che porta lontani, un posto in cui ci si può riappropriare di se stessi, sognare e essere liberi.

“È stato in quel preciso momento che ho preso possesso di lei. Entrandole dentro attraverso gli occhi, le son poi scesa giù per le vene, per le nervature, per le ossa e per ogni fibra del suo corpo chediomiabbiaingloria. Unite per la vita. Finalmente. Che brivido esaltante. Quello è stato il momento. Non più il mio momento, il suo momento. Il nostro momento.”

malattia

Ecco che la malattia necessita di ricorrere al corpo per essere “vista”, vorrebbe tanto avere uno specchio in cui potersi riflettere, perché se nessuno la vede è come se non esistesse e lei ha bisogno di primeggiare, possedere, dominare, prevalere. Ma forse c’è anche il bisogno inconscio di dare un volto a ciò che ci crea angoscia, per placare l’ansia, perché solo quando si conosce si può iniziare a illuderci di controllare. Per questo la malattia si rispecchia nelle parole di Pasolini: “Nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente quel che vuole”, non poteva scegliere citazione più calzante visto il contesto in cui è stata pronunciata, ovvero in relazione alla mercificazione dei corpi messa in scena in Salò o le 120 giornate di Sodoma.

L’impossibilità di dare un volto, toglie identità, la sclerosi non può che vedersi attraverso il corpo della sua “Gentileospite”, non può che essere lei, e infatti attraverso l’io narrante è anche la sua voce che ascoltiamo: “Sono io che dolcemente, tenendola per mano, pian pianino, progressivamente come solo io so fare, l’ho aiutata a prendere coscienza di sé, di quel che aveva intorno e di chi aveva intorno.” Le ha insegnato a apprezzare la lentezza, a chiedere aiuto, a riconoscere il proprio valore.

Fiamma Satta, “Gentileospite”, sceglie di non raccontare la propria esperienza con la sclerosi, ma di far parlare direttamente lei, la malattia, dandole tutti i connotati di cui è portatrice, l’aggressiva spietatezza, ma come “’O mare sta facenno ‘o mare”, la malattia fa la malattia. Nell’opera di Hopper “Chop suey”, in copertina, c’è una donna e il suo doppio senza volto, una di fronte all’altra, “Io e lei” appunto. Come difendersi dall’ “Ombrasilenziosa”, epiteto utilizzato dall’autrice quando alla fine prende parola facendo risuonare tra le ultime pagine la dolce melodia di Malaika? Con l’accettazione, prima di tutto. Con l’amore, sempre.

“Se c’è di mezzo l’amore io, oltretutto, vengo sempre trasformata in qualcos’altro”, è come se ci fossero delle contro placche che oscurano momentaneamente la malattia spostando completamente l’attenzione sulla persona amata: “per lei mi sono trasformata in Sclerosimultiplasecondariamenteprogressiva e questa maledetta che fa? Pensa ancora a lui, a Occhiazzurrogrigionebbia il cacasotto.” Un’ossessione più forte sposta l’ordine di priorità e infatti, è proprio alla nostalgia di “Occhiazzurrogrigionebbia” che l’autrice dedica i suoi pensieri, una storia che forse sarebbe potuta andare diversamente, e sono proprio quelle possibilità non vissute che creano spazi sempre nuovi nel fantasticare dei pensieri, anche se “cambia tutto in questo mondo” perché “Non esistono salvatori, ma solo salvati che si sono voluti salvare.”

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