Giuseppe Munforte

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Oggi pomeriggio il Circolo Letterario Pier Paolo Pasolini si riunisce alla Libreria Feltrinelli di Prato alle ore 17. Info sull’incontro. Per l’occasione il gruppo ha letto una selezione degli Scelti per Voi:

La resurrezione di Van Gogh di Giuseppe Munforte, Il borgomastro di Furnes di Georges Simenon, Nel vento di Emiliano Gucci e La biologia delle credenze. Come il DNA influenza il pensiero di Bruce H. Lipton.

IN ANTEPRIMA

La resurrezione di Van Gogh

Edito da Barbera Editore

Dedicato a mio fratello Sergio Nelli, mentore e fabbro

Leonardo, giovane attore teatrale, sta vivendo una fase di passaggio, 27 anni sono un’età critica per ogni artista. La compagnia teatrale è in crisi, il padre, con il quale è in continuo conflitto, torna dopo anni di assenza, le donne si susseguono protagoniste della sinusoide che lo attanaglia tra alti e bassi. La storia è quella di un ragazzo alla ricerca del proprio io, della resurrezione, e la troverà attraverso la forma d’arte che gli è più congeniale: il teatro.

Il titolo crea inevitabilmente un’aspettativa nel lettore. Anche se la storia si può facilmente ipotizzare che non sia su Van Gogh, quanto meno ci si aspetta che l’artista venga citato o che ne vengano evocate la vita o le opere.

Ho cercato quindi, qualche indizio in tal senso e l’ho trovato, per fare degli esempi, in alcune frasi come: “Dar di matto non fa bene al cuore”, è infatti nota la follia di cui fu vittima Van Gogh; nelle piccole sfumature, come i capelli rossi di Clara rovesciati come una boccetta di inchiostro; nelle visioni del protagonista e nel suo rapporto conflittuale con la famiglia; nel gioco di morte e vita facendo riferimento al verso di Koheleth, il pittore è cresciuto vedendo la tomba con il proprio nome, ossia quella del fratello morto un anno prima.

van gogh

Per quanto abbia volontariamente tentato di fare dei collegamenti persuasa dal titolo, alla fine del libro non ho potuto che constatare che Van Gogh non c’è, se non come metafora. Se guardo la storia del protagonista, infatti, alla fine mette in scena una pièce realizzandosi, trova in qualche modo una sua strada, seppur non avendo risolto i problemi con il padre. Dunque, non trovo nessun parallelismo con la vita di Van Gogh, le cui opere non erano apprezzate e che finisce suicidandosi.

Decido di chiedere spiegazioni direttamente all’autore, Giuseppe Munforte, il quale, gentilissimo, accetta di rispondere alle mie domande.

Dato che sabato approfondirò io il suo libro di fronte al pubblico, mi faceva piacere chiederlo proprio a lei: Perché la sua storia è stata intitolata La resurrezione di Van Gogh? Alludeva al pittore in senso metaforico? Lei stesso, a pagina 102, cita Van Gogh e poi scrive che ogni vocazione è sempre anche una resurrezione, forse si riferisce semplicemente al personaggio principale che vive sentendosi non troppo portato all’arte, ma in realtà crede dentro di sé di essere un grande talento e, in questo senso, sente la vocazione verso il teatro e “risorge”?

Munforte: “Van Gogh, la sua vicenda di artista e anche umana, è citato in chiave metaforica. Il titolo viene dall’esergo di Céline: se Van Gogh tornasse al mondo non troverebbe nemmeno oggi spazio, il suo nome, che tutti conoscono, e le sue opere, che tutti visitano alle mostre, sono solo la maschera con cui la società nasconde la sua considerazione nei confronti di chi colloca la propria esistenza in uno spazio, appunto, di resurrezione, onorando nell’espressione, nella ricerca, nella creatività il proprio destino umano.”

In questo senso, dunque, è il protagonista a indossare una maschera interpretando la dattilografa nella pièce teatrale?

Munforte: Leonardo indossando la maschera che ha inventato e recitando la pièce che ha scritto, trova se stesso. Quella maschera e anche quello che accade in scena – dove nel corso della rappresentazione vengono alla luce nuove significazioni e il testo si modifica – sono un punto di arrivo del suo percorso di attore e di uomo. Si annulla nel suo personaggio, trasferendovi la sua umanità, il suo corpo, la sua sensibilità, i suoi limiti e la sua forza (nella direzione indicata da Jerzy Grotowski, ai cui insegnamenti Leonardo e i suoi compagni si ispirano), e per questa via arriva a una consapevolezza di sé che prima non aveva. Si scopre per la prima volta “risorto”, per riprendere la metafora del titolo, il che indica un esito non solo artistico, ma anche, e soprattutto, umano.

Giuseppe Munforte

Un’altra cosa che non ho potuto fare a meno di notare nel suo testo, riguarda le figure femminili. Leonardo approccia sessualmente alle donne in contesti inverosimili, come con Monica, la ragazza del suo amico o con Diana la figlia di Tommaso appena morto, ma anche con Nadine e Valentina. Come mai sceglie di far avere al protagonista fugaci e superficiali rapporti sessuali, se questi non hanno una particolare funzione all’interno della storia, ma accadono come se lei volesse aprire una finestra senza lasciare che il lettore possa guardare bene dentro.

Munforte: “Sento le figure femminili come centrali nell’esperienza di Leonardo, sia per quello che vive sia per quello che trasmette nella pièce che poi mette in scena, interpretando appunto una donna che esprime il lato oscuro dell’attività culturale e intellettuale, per quanto questa produce indifferenza e ottusità nei confronti di chi non vi accede. Un’ambivalenza che percorre tutto il libro. Non discuto però la sua percezione e anche la sua perplessità su come si sviluppa la relazione di Leonardo con il mondo femminile, perché attengono al suo personalissimo gusto.”

Mentre lei risponde si delinea un quadro più completo dell’opera. Il protagonista che in un certo senso fugge, va via da Milano, ma in realtà sta cercando se stesso, troverà il suo riscatto proprio nella pièce che mette in scena interpretando un ruolo femminile. Quella domanda “Cosa resta di quello che abbiamo tentato, se alla fine il suo contrario avrebbe avuto la stessa ricompensa?” viene vanificata nella resurrezione. Leonardo, che si rifugiava dalla vita nella finzione del teatro, ritroverà la vita stessa esattamente da dove è partito. Lo spettacolo finale tira fuori la realtà interiore del protagonista, portando alla luce anche quella parte androgina che lo ha guidato nella stesura del copione.

Alcuni personaggi li ho trovati un po’ evanescenti, come Domenico o il padre stesso di Leonardo, che a un certo punto escono di scena, avrei voluto sapere ancora, leggere delle loro vite, di come trovano un equilibrio con il protagonista.

Munforte: “Per quanto riguarda le figure che poi in un certo senso ‘si perdono’ – delle quali non si sa che accada -, ho preferito lasciare in sospeso la loro vicenda così come lo è la vita, piuttosto che chiuderla in una soluzione o in una ‘spiegazione’. Le confesso che all’ultimo ho anche tolto un capitolo finale in cui diverse vicende e alcuni personaggi si ‘chiudevano’, e l’ho fatto perché mi è sembrato più bello terminare la narrazione su quell’onda emotiva ‘positiva’ che si produce nelle ultime pagine del romanzo.”

Grazie della sua disponibilità.

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