Diego Agostini e la sua Fabbrica dei cattivi

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La Fabbrica dei cattivi di Diego Agostini

Alex e Mara sono in vacanza in Florida, quando rimangono vittime del sistema giudiziario americano. Pochi minuti e tutto cambia, senza rendersene conto, infrangono la legge e si trovano in arresto rischiando di perdere l’affidamento dei propri figli, Lorenzo e Giulia.

Leggi la recensione.

Grazie per aver accettato questa intervista. Ho apprezzato moltissimo il suo libro, l’ho letto con una stretta allo stomaco, rasserenata però dalla fermezza d’animo del protagonista e quella frase: “Io mi fido della giustizia americana”. Mi sono chiesta quanto mi fidi io della giustizia, perciò le rigiro la domanda: Lei si fida della giustizia? E Qual è il suo pensiero riguardo alla giustizia americana?

Grazie a lei per avermi invitato su Libri de-scritti. La stretta allo stomaco che descrive è esattamente quello che prova il protagonista nel momento in cui deve fare un patto con se stesso: fidarsi o non fidarsi del funzionamento complessivo di un sistema che al momento lo sta schiacciando. Ciò significa che il meccanismo d’identificazione ha funzionato: il lettore diventa Alex. Sì anch’io come Alex mi fido della giustizia perché questo stesso meccanismo identificativo ha guidato la scrittura della storia. Penso che la giustizia americana abbia un sistema funzionante, a patto che però il singolo faccia la differenza e interpreti correttamente la norma, senza applicarla in modo meccanico. A volte questo avviene, come nel caso di Alex. A volte non avviene, come ad esempio nel caso Zimmermann, sempre in Florida, che ha sollevato forti proteste in tutti gli Stati Uniti. Caso in cui si giustifica l’uccisione di un ragazzo che tiene in tasca un sacchetto di caramelle perché “tecnicamente” è legittima difesa. Non a caso il pezzo del libro che amo di più e mi trovo spesso a rileggere è proprio “Tecnicamente”, a pag. 124. C’è tutta una domanda sul nostro futuro, lì dentro. La nostra società sarà veramente civile solo se il contenuto riuscirà a prevalere sulla forma, se l’autenticità avrà la meglio sull’ipocrisia. E mi sto riferendo a tutti noi, ai nostri comportamenti di ogni giorno. È una nostra responsabilità.

Lei mette ben in luce come si possano commettere dei crimini sotto il falso ideale della difesa. Si è ispirato a una storia vera per scrivere il romanzo?

Certamente, la storia è vera.

Diego Agostini

Il titolo è davvero indicativo di quello che lei racconta, ossia una macchina circolare che prima di punire i criminali, li crea. L’America è una “fabbrica dei cattivi”?

È il paradosso di cui Alex comincia a rendersi conto quando capisce che il detective non sta cercando la verità ma solo il pretesto per arrestarlo. La mente di Alex viaggia su due livelli: uno pratico che gli permette di reagire al presente e uno sovraordinato, con cui cerca di capire il senso di ciò che gli succede. Alex è un osservatore atipico, “privilegiato” perché ha chiavi di lettura fuori dall’ordinario. Ma il bello del raccontare una storia sta proprio nel lasciare al lettore un lavoro di rielaborazione di ciò che viene narrato. L’estensione dei pensieri di Alex dalla sua specifica vicenda e il loro trasporto a piani più vasti è una scelta lasciata  proprio a chi legge.

Mi hanno colpito molte frasi all’interno del romanzo, per esempio: “I buoni e i cattivi non esistono. Esistono gli esseri umani.” Lei ci crede davvero o è solo un pensiero parte della costruzione del personaggio di Alex?

Lo credo fermamente. Alex sperimenta la cattiveria dei “buoni” e la bontà dei “cattivi”. Questo fa cadere le categorie che lui ha sempre usato, scoprendo una verità così grande che, ancora per paradosso, è difficile da cogliere: c’è l’essere umano dietro ogni individuo, qualsiasi cosa esso faccia. Credere fortemente nel dualismo “buoni-cattivi” porta a un atteggiamento paranoico, che giustifica l’applicazione della violenza per “educare” gli altri. Credere nell’essere umano porta invece a un atteggiamento “metanoico”, di osservazione e di comprensione. Attenzione: comprendere, non significa necessariamente giustificare. Ma è la comprensione dell’altro il punto di partenza per la costruzione di una relazione sana e da qui di una società migliore. Io che sono un formatore cerco di fare su me stesso e sugli altri ciò che è capitato ad Alex, e cioè induco cambiamenti mettendo in discussione certezze. La vera crescita si ottiene solo rompendo uno stato di equilibrio consolidato, spesso troppo, e spingendo l’individuo a costruirne uno più ricco. In questo senso ciò che appare al momento come tragedia può invece essere una fortuna. Alex è un fortunato, perché pur soffrendo uscirà straordinariamente arricchito da questa esperienza. E con lui, mi auguro, il lettore.

La storia che ha raccontato, nonostante tutte le vicissitudini dai risvolti drammatici, mi sembra un inno alla vita, ad apprezzare quello che abbiamo senza dare niente per scontato, nemmeno una cosa apparentemente semplice, come la libertà di sviluppare la propria identità in tutte le sue sfaccettature, sbaglio?

Esatto! La vita equivale alla possibilità di scelta. Solo da morti non potremo più scegliere. E quando perdiamo questa consapevolezza, in quel preciso istante rinunciamo a vivere. Non ci rendiamo conto che in realtà in quel caso “scegliamo di non poter scegliere”. Quanti si lamentano di non amare il proprio lavoro e di non avere scelta? È un tranello in cui facilmente cadiamo. Per paradosso, ce ne rendiamo conto solo quando la libertà ci viene negata davvero! Come nel caso della detenuta che sogna solo di poter tornare ad aprire il suo frigorifero… Lo devo ammettere: con la narrazione in prima persona e il ritmo serrato ho cercato di attivare in modo così forte un meccanismo di identificazione lettore/protagonista proprio per questo: “far vivere” al lettore lo stesso disagio di Alex. Per dargli l’opportunità di riflettere su quanta scelta ha sempre a disposizione e a cui spesso rinuncia, rinunciando a vivere. Il turning point della storia avviene proprio quando Alex si rende conto di poter scegliere tra passare dalla posizione passiva della vittima a quella attiva del protagonista, e dunque di reagire alla situazione, trovandone la via d’uscita. È ciò che dovremmo fare ogni qualvolta siamo in crisi. E qui, mi lasci fare un collegamento a cui tengo molto. Lei cita il tema dell’identità cogliendo in pieno il cuore del libro. E non dimentichiamoci che Alex ha una “ferita inconscia”: quella con il suo paese, l’Italia, di cui non è soddisfatto. La sua esperienza lo porta a scoprire quanto in realtà la nostra cultura sia preziosa e non vada barattata ma rilanciata. Si, questo è un libro che spinge anche a riflettere su di noi, sulla nostra identità di italiani e come sia necessario riprendere consapevolezza della straordinarietà della nostra cultura per riacquistare la fiducia che ci serve e che ci meritiamo.

Grazie ancora.

Grazie a lei, è stato un vero piacere.

 

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