Emiliano Gucci su Più del tuo mancarmi

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Più del tuo mancarmi è l’ultimo uscito di Emiliano Gucci.

Si tratta di una raccolta di racconti, partiamo proprio dalla forma. Cosa preferisci scrivere: romanzi o racconti e come cambia il tuo approccio?

Un racconto, in avvio di composizione, mi dà l’illusione di essere domabile, l’impressione che tutto possa rimanere sotto controllo; ne immagino i momenti chiave, intravedo uno sviluppo, un’idea di finale, e questo mi fa iniziare con più tranquillità, nella previsione che non sarà un’odissea. È un’illusione, poiché spesso le carte cambiano durante la partita, la storia prende direzioni diverse rispetto a quelle preventivate e devo comunque combattere, faticare; ma quella sensazione iniziale di facilità mi permette di cominciare spedito, ponendomi poche domande. Per un romanzo non è così. Per un romanzo già metto in conto di attraversare le paludi dell’ignoto, affrontare aspetti di me che non conosco, passare settimane intere in balia dei personaggi, ragionando con la loro testa, muovendo sulle loro gambe. Chiedo molto di più, ho bisogno di un’energia molto più forte per avviare un romanzo. Che cosa preferisco non saprei; amo molto i racconti brevi, ne ho scritti parecchi, non smetterò, sono una palestra e una finestra, tesori da cogliere sulla via, ma i romanzi segnano gli snodi cruciali della mia vita di scrittore, sono i miei traguardi e le mie ripartenze, l’essenza.

Apri questa porta. Franco torna a bussare alla porta di Milly dopo 12 anni. L’ha lasciata dopo un aborto e aver fissato la data del matrimonio. Ho apprezzato soprattutto il tuo calarti nei panni della donna e ripercorrere quel processo che l’ha portata a trovare la forza in se stessa per andare avanti. Per noi donne è sempre difficile arrivare a quel punto, ma quando ci arriviamo non torniamo mai indietro e tu hai reso perfettamente questo passaggio.

Ho cercato di restituire una forza, una verità, alla posizione di entrambi. Di non schierarmi. Nessuno dei due ha torto né ragione, ognuno ha i propri motivi per agire come sta facendo, ma allo stesso modo potrebbe sorprenderci con una decisione che sconvolge il senso del racconto. È questo il bello di scrivere una storia come questa: mettere in scena due personaggi, direi proprio due persone, e seguirle nell’evoluzione dei loro pensieri, delle loro scelte. In alcuni momenti Milly è indecisa, sembra intenzionata a cedere; Franco sta oltre la sua porta di casa, al freddo, pregandola di aprire, e si sta giocando al meglio le sue carte, raccontando i suoi motivi, pescando da ciò che di bello ha lasciato il passato e tratteggiando un futuro ideale: perché non aprire, perché non dare una possibilità all’amore? Eppure, seguendoli, per me è stato chiaro che il racconto non poteva finire in altro modo. Altrimenti Milly si sarebbe vendicata, venendomi a trovare una notte… E non avrebbe certo bussato alla porta.

più del tuo mancarmi

Ricordiamo che da questo racconto Graziano Staino ha tratto il cortometraggio MILLY con Rossana Gay e Tommaso Taddei. Una bella soddisfazione…

Una bella esperienza. Chi scrive deve necessariamente distaccarsi dalle proprie opere, e di conseguenza riuscire a vedere come un regalo, come una fortuna, ogni gesto che scaturisce dal loro viaggio. In questo caso un artista che stimo si è imbattuto in un mio scritto e ne ha fatto cinema, regalandogli colori e immagini vive, volti e suoni, che non devono necessariamente essere quelli immaginati da chi legge ma che alimenteranno altre emozioni, riempiranno l’immaginario di altre persone. Graziano mi ha coinvolto nell’adattamento del testo, mi ha chiesto pareri su vari aspetti del cortometraggio, mi ha portato sul set a vedere quella porta, che per me era diventata quasi un simbolo, un luogo della mente, materializzarsi per tenere separati la “sua” Milly, il “suo” Franco. È stato emozionante.

Dal passato: Erika confessa al padre Edoardo di sapere di non essere la sua vera figlia. BWV988 il protagonista va a cercare l’amante del padre defunto a distanza di vent’anni. In entrambi i racconti, ma anche nel primo di cui abbiamo appena parlato, sembra essere preponderante il fattore tempo. Sono dei tuffi del passato…

A volte mi sembra che nient’altro possa definirci meglio: ciò che siamo stati, quello che abbiamo dato e preso, quello che abbiamo mancato in passato, poiché il presente dura niente. Altre volte, contrariamente, credo che ieri non esista, perlomeno non nella forma in cui usualmente lo maneggiamo: per questo, nel romanzo Nel vento, ho giocato fino all’ultima pagina alla possibilità di cambiare il passato, e in qualche modo direi di esserci riuscito. Di certo è un tema che mi intriga, anche perché è soltanto nella pagina scritta che riesco ad affrontarlo veramente.

Tu sei ossessionato dal ritmo. Quante volte riscrivi un pezzo, una frase…?

Molte, ma sempre di meno. Quando ho cominciato a fare sul serio, circa quindici anni fa, scrivevo di getto la prima stesura, racconto o romanzo che fosse, trovando sì una musicalità istintiva ma affinando poi i dettagli nelle riscritture successive. Adesso muovo un passo alla volta, e finché una frase non mi convince del tutto, come portata, come suono, difficilmente passo alla seguente. Ciò non vuol dire che la prima stesura sia quella buona, ma cerco di utilizzare mattoni più rifiniti, oltre che solidi, e questo facilita il lavoro di correzione, o meglio la ricerca ossessiva del ritmo, che in qualche modo cresce intrinseco alla struttura.

Emiliano Gucci

Durante l’incontro che hai fatto con il Circolo Letterario PPP, hai detto che la scrittura è terapeutica, allora ti chiedo come questo libro è stato per te terapeutico.

In questo caso dovrei parlare di ogni singolo racconto, concepito e realizzato in condizioni diverse dagli altri. Senza dimenticare che, in quattro casi su cinque, si tratta di storie realizzate per una rivista seria che pubblica e retribuisce seriamente – altra particolarità anomala, nel quadro editoriale odierno, a sua volta assai terapeutica. Ma preferisco dire due parole sulla scrittura in generale, che sa ritagliarti un posto tutto tuo, senza spazio né tempo, dove in ogni istante puoi decidere quale direzione prendere, cosa fare, in che maniera sporcare il foglio bianco; che cosa raccontare, e come, a chi rivolgerti, cosa dire di te, cosa nascondere, tutto quello che vuoi. Per me non esiste al mondo, nel mio mondo, un luogo altrettanto libero, un posto in cui io sono tanto me stesso. La bicicletta, cioè il vagare perdutamente in bicicletta, da solo, rappresenta per me qualcosa di simile, ma ha comunque qualche gancio in più con la realtà, specialmente quando le gambe cominciano a dolere e si fa ora di tornare a casa.

C’è sempre più la tendenza a pubblicare tutto quello che si scrive. I famosi cassetti pieni di manoscritti torneranno a essere pieni di maglie… Che cosa pensi dell’autopubblicazione?

Non lo so, forse non penso niente. Il processo creativo è una cosa, la ricerca di una pubblicazione un’altra, l’auto-pubblicazione è un’altra ancora che per il momento non mi interessa. Non sono così giovane, io, sono cresciuto in anni in cui l’editoria aveva ancora dei significati importanti. Tra questi, il concretarsi come filtro tra autori e lettori, azione che instaurava rapporti di fiducia e conferiva un primo attestato di valore a un’opera, che per lo scrittore era già un premio. Poi quel valore si è sfumato, si è spesso sacrificato al mantra del commercio e non si è più capito se un libro buono doveva esserlo anche per la classifica, o se la seconda doveva necessariamente escludere il primo. Siamo arrivati a gente che si corregge e si pubblica e si recensisce e si compra centinaia di copie da sé, pur di scalare le graduatorie di certi siti pestilenziali, per poi gasarsene con gli amici oppure scriverne agli (ex) editori veri, sperando che abbocchino. Ecco, per me essere scrittori non ha niente a che vedere con queste faccende qui.

Concludiamo con l’ultimo racconto della raccolta: L’albero. Il protagonista si separa e negli incontri con la figlia scopre quest’albero che le sussurra e con cui si fa compagnia. Ho trovato molto bella l’immagine di lui fermo al semaforo che si appunta le impressioni ricavate dai passanti. Nel romanzo Nel vento appariva un cervo fluorescente, qui un albero sussurratore, c’è una necessità a monte di mettere alcuni elementi quasi magici all’interno di storie verosimili?

Nella vita accadono a volte delle cose che pensavamo impossibili, e scriverne è come se rafforzasse la loro verità. Scrivi una cosa che prima non c’era e improvvisamente c’è, nero su bianco, inconfutabile nel cuore di una storia. Mi interessa il confine tra reale e irreale, spirito e materia, quella frontiera che abita soltanto nella metà razionale della nostra mente, perché altrove è giù superata, evanescente. Io spero ancora negli alberi che parlano, voglio ascoltarli, così come attendo di veder passare il cervo fluorescente, così come credo e racconto gli esseri umani nelle loro umili ma nobili battaglie, sia per ricucire un amore strappato, sia per cercare un lavoro o un dialogo con Dio, sia per alzarsi e sorridere al prossimo domani mattina. Rinunciare a questa fiducia spegnerebbe definitivamente la mia urgenza di scrittura.

Grazie.

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