Giuseppe Munforte candidato allo Strega 2014

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Nella casa di vetro (leggi la recensione) di Giuseppe Munforte.

Gaffi editore

Lavori a questo libro dal 2000. Perché è stata necessaria tutta questa gestazione? Un’attesa che è sicuramente valsa la pena per il risultato, penso sia il tuo più bel romanzo senza nulla togliere agli altri.

 

Come ho indicato nella nota, la prima versione del libro è stata scritta in realtà in sei, sette mesi. Il lavoro successivo ha riguardato, da un lato, l’equilibrio e la progressione della vicenda, dall’altro, la scrittura dei corsivi, piccoli racconti separati che proiettano la storia nella vita futura dei protagonisti. Le parti in corsivo sono state scritte nel corso dei tre, quattro anni successivi. Poi, il romanzo è rimasto in disparte, sia per il suo carattere più intimo, e forse “indifeso”, sia per gli altri che ho scritto, che andavano in una direzione diversa. Prima di proporlo a Gaffi, l’ho rivisto un’ultima volta, mi sono convinto che ne valesse la pena spinto dalla lettura e dalla fiducia di Andrea Caterini.

 

Non ho idea di quanto tu debba aver immagazzinato per scrivere una storia che parla di vita ordinaria. In fondo racconti di una famiglia come tante, ma gli dai una profondità e una poesia, che rendono l’opera una ventata d’aria fresca a cui lasciarsi andare.

 

Ti ringrazio per quello che dici. Questo romanzo è nato in un momento della mia vita in cui le cose che avevo letto e quelle che stavo vivendo, sono arrivate a un punto di intersezione decisivo, una specie di azzeramento che le ha portate a incontrarsi sulla pagina come se tutto lo spazio fosse occupato da una sorta di visione, di tensione – ogni volta che ho riletto il romanzo per intero, mi sono stupito di averla saputa tenere viva fino alla fine.

 

Sono sempre rimasta interdetta al pensiero che in seguito alla morte di qualcuno, tutto il resto continui senza tregua, le solite macchine in tangenziale, la sequenzialità dell’alzarsi e andare a lavorare delle persone.. mentre tu vorresti dire a tutti di fermarsi. Nel tuo libro sottolinei quanto in ogni momento tutto possa cambiare, mi ha fatto pensare a un uomo della tua età che fa un bilancio della propria vita…

 

Ho cercato di riprodurre quella condizione di lontananza, quasi di assenza che rappresenta una delle tante dimensioni di cui si compone la nostra vita. Una condizione che permette una comprensione differente di quello che ci circonda, e una percezione forte delle cose, in cui la loro materia e il loro senso diventano inseparabili. Non saprei dirti come ho fatto, però, allo stesso tempo, so che è una cosa molto semplice, appena un passo oltre le illusioni che ci fanno proseguire, come dici tu, “senza tregua”.

 

nellacasadivetrogaffi

 

So che la “casa di vetro” è una casa che conosci molto bene, ne vuoi parlare?

 

Se intendi il luogo fisico, lo conosco per esserci vissuto quasi sette anni. Si trova in un palazzo sulla provinciale che porta al Roserio, un luogo testoriano ma prima ancora, per me, uno dei punti di congiunzione dell’hinterland con Milano, una zona ibrida fatta ancora oggi di svincoli, ponti, capolinea tranviari, baracche, terreni bruciati, costruzioni che resistono alla distruzione come fossili e palazzi a picco sul movimento, all’interno dei quali la vita mi è sempre sembrata ancora più preziosa. Arrivando a Milano da lì, sui cavalcavia che collegano l’autostrada alla città, si passa a pochi metri da balconi e stanze che ogni volta, passandoci, non riesco a guardare senza emozione.

 

Nella casa che descrivi c’è tutto. La complessità di un piccolo microcosmo e allo stesso tempo la fragilità che caratterizza ogni individuo. Si tratta di un dualismo che ritorna: tra il passato e il presente, la vita e la morte. Un tempo che perde i consueti connotati, si arresta ma si prolunga.

Ho letto che Nella casa di vetro è stato associato al film Ghost, io credo che il tuo sia stato un grande esercizio di stile trasmettere tutto ciò senza perdere l’aderenza con la realtà, come invece accade nel film. Non ti sembra che questo parallelo sminuisca la tua opera?

 

Ho un ricordo vago di quel film, se la memoria non mi tradisce, alla fine devo anche aver discusso, forse litigato, per l’impressione che mi aveva fatto. Tuttavia preferisco non giudicare il paragone. Il nostro immaginario, e la nostra sensibilità, si compongono di frammenti, di materia che arriva in modo imprevedibile da quello che l’esperienza ci ha concesso, sono le parole che usiamo per parlare e quello che conta è quello che le muove.

 

Non ti faccio domande su cosa pensi della vita dopo la morte o simili, toglierebbero tutta la poesia della tua storia che parla per te. Piuttosto, sono curiosa di sapere se stai già lavorando a un nuovo romanzo o hai bisogno di un periodo di pausa dopo il lungo percorso che hai fatto con questo…

 

I miei ultimi romanzi si sono sviluppati parallelamente, non perché li abbia scritti allo stesso tempo quanto per i lunghi periodi di revisione e di ripensamento che li hanno portati alla loro forma definitiva. Il tempo della scrittura, quello che occorre, almeno per me, affinché la storia si concretizzi sulla pagina, spesso è molto breve rispetto a quello che occorre perché il mondo di cui si costituisce un romanzo, un po’ alla volta, silenziosamente, prenda forma – e questo accade, come dire, interiormente, in modo quasi indipendente dalle intenzioni. Da alcuni anni sto pensando a un nuovo lavoro e nell’ultimo periodo ci ho lavorato, posso dire di essere a buon punto, anche se l’esperienza mi spinge a essere prudente.

 

Ti faccio i miei migliori auguri per il Premio Strega e grazie per aver risposto ancora una volta alle mie domande.

 

Grazie a te, per la tua lettura e per le domande che ne sono nate.

 

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