Il contrario delle lucertole – Erika Bianchi

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“Andare in bicicletta non è altro che correggere un sistema di equilibri che si spezzano in continuazione, aggiustare il tiro e controbilanciare senza sosta le oscillazioni dell’angolo di sterzo.”

Quattro generazioni claudicanti, senza un esempio chiaro da seguire. Il contrario delle lucertole è la storia di legami familiari spezzati, tagliati via come la coda delle lucertole appunto, ma anche ricresciuti, nuovi e anomali, più che mai veri.

Mentre Bartali scala la Francia a suon di pedalate, Zaro, meccanico di Ponte a Ema intento a riempire borracce, conosce la bretone Lena, giovane cameriera. Il loro incontro darà vita a Isabelle, mai riconosciuta veramente dal padre. Un rifiuto che si porta dietro tutta la vita, “una donna che non ha saputo essere madre perché non ha potuto essere figlia.”

Ma il mondo è anche pieno di papà che fanno le mamme, come i pesci combattenti e Isabelle, per imitazione, tende a sparire. Quando Marta è piccola, si ricorda di Lena, di come deve essersi sentita incinta di un “puttaniere” che scherza con il figlio dicendo: “Attento a dove t’infratti, eh, che c’è i’Mostro! Ne’ boschi no, eh, Nanni, piuttosto vieni a casa…e magari mi chiami anche me…ah ah!”

lucertole

Per gioco “fa sparire” le figlie Marta e Cecilia, finge di non vederle per ritagliarsi un po’ di tregua da una vita che le va stretta. Mentre litiga con Cecilia vorrebbe stringerla, mangiarsela per ripartorirla e poter ricominciare tutto da capo, perché sa bene che “il vuoto lasciato da una cosa che c’era non è mai un vuoto vero. È uno spazio che contiene un’impronta.” Anche quando la vita non attecchisce, quando è necessario allontanarsi per vedere bene.

D’altra parte, Zaro non ha mai insegnato a Isabelle ad andare in bicicletta, per questo tutta la vita andrà alla ricerca di un equilibrio che troverà solo con l’ultima generazione. Una storia che ricomincia, che si ripete, come quando Cecilia arriva a Ponte a Ema chiedendo del biciclettaio, proprio come sua nonna trentacinque anni prima.

Erika Bianchi tratteggia un mondo tutto al femminile carico di forza, fatto di bilanciamenti e contrappesi, di legami che si creano al di là delle parentele formali e altri che soccombono e si spezzano. Donne piene di coraggio in grado di smistarsi avanzi di amore e andare avanti con determinazione. Non manca di mettere in risalto l’imprescindibile parte maschile, l’altro pedale con cui poter mantenere l’equilibrio, anche se gli uomini appaiono più come comparse, satelliti ornamentali destinati a spengersi secondo destini infausti e quanto mai ironici.

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