Amici muti in libreria

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Il primo libro che incontro è “L’arcipelago delle emozioni” di Eugenio Borgna. Lo sfoglio e il fatto che sia dedicato a una che sia chiama Serena mi sembra una presa in giro, visto il tenore delle pagine. Ne prendo un altro, “Stato civile” di Pierre Drieu La Rochelle, che nel 1945 stacca il tubo del gas e ingerisce una dose letale di fenobarbital. Intanto di sottofondo Cave sta cantando Jesus Alone, e so chi ha scelto questo cd, ma oggi non è di turno e non posso salutarlo.

Proseguo tra gli scaffali, allungo la mano verso una copertina blu, forse perché è un colore che rilassa: “Gratitudine” di Oliver Sacks, finalmente qualcosa di positivo, che bel sentimento. In realtà questo Sacks l’ha scritto ormai ottantenne affetto da un male incurabile e ho paura sia una sorta di testamento, quindi niente, vado avanti.

Apro a caso il “Repertorio dei matti” di Paolo Nori: “Uno metteva il bloccadisco al proprio ciclomotore anche quando lo parcheggiava in garage”. Sì, perché non si è mai abbastanza sicuri di niente, meglio uno scrupolo in più, se non altro per non rimpiangere di non aver fatto il possibile.

Indugio davanti a Dostoevskij, penso a quante volte ho abbandonato “Umiliati e offesi” arrivata al punto in cui muore il cane.

Rispunta Pierre Drieu La Rochelle, stavolta è il suo diario, parla di Jeanne, nome che mi fa pensare subito a Modigliani, a Pèrre-Lachaise, al sassolino che ho portato via e messo insieme a tutti i pezzi di un micro mondo che conservo.

Sulla copertina di un libro di Dylan Thomas c’è l’inizio di una poesia perfetta per questo mese:

Specialmente se il vento d’ottobre
Con dita gelate punisce i miei capelli,
Artigliato dal sole cammino sulle fiamme
E getto un granchio d’ombra sulla terra,
In riva al mare, udendo il chiasso degli uccelli
E la tosse del corvo sugli stecchi invernali,
Il cuore indaffarato che trema se lei parla,
Sparge sangue sillabico, drena le sue parole.

Cave continua a cantare. Che bello non aver mai imparato abbastanza bene l’inglese da capire il testo delle canzoni al volo. Così con la sua voce profonda può dire ancora qualsiasi cosa. Mi torna in mente il maestro di Van Gogh, che dopo avergli insegnato a leggere gli dice che da quel momento non potrà più farne a meno, ogni volta che guarderà una parola, la leggerà. Se non sbaglio utilizzò il termine “condannato”.

Passo a Cioran, c’è un titolo che mi sembra faccia per me: “Il nulla”. In copertina c’è scritto: “Negli accessi di disperazione il solo ricorso salutare è l’appello a una disperazione ancora più grande”. No, forse meglio ritentare come con i biscotti della fortuna, prendo “Lacrime e santi”, poi mi ricordo delle “Lettere al culmine della disperazione”, di Bucur Tincu, e lascio definitivamente perdere. C’è Jodorowsky, chissà quale atto psicomagico mi prescriverebbe, non voglio saperlo, cambio ancora scaffale.

“Confessioni” di Tolstoj, pagine di angoscia sull’orlo del suicidio. Passo al reparto musica, cerco la biografia di Nick Drake, non c’è. Il libro dei Beatles è accanto a quello di Alessandra Amoroso, mi sta venendo mal di testa.

Penso all’ironia dei nomi, al fatto che per una settimana una persona mi ha chiamata Anna, non sto a spiegare il motivo, magari mi faccio due chiacchiere con Bauman quando viene a Firenze. Anna è un nome che da sicurezza, se lo leggi al contrario non cambia, è tutto lì quello che devi sapere, lineare, simmetrico, speculare, per questo l’ho scelto, doveva nascondermi e invece mostrava in maniera disarmante qualcosa che nessuno poteva capire. Ho iniziato a leggere al contrario il mio nome e quello degli altri, mi sono accorta di strane matriosche, di un rimescolio delle lettere, di qualcuno che quando scrive il suo nome sta scrivendo anche il mio ma non lo sa, perché le lettere sono alla rinfusa, una roulette che mette l’Amoroso accanto ai Beatles.

Mi guardo intorno e non so più se sono venuta a leggere o a scrivere. Quanto mi ha portata lontano la mente lasciandomi guidare dalle storie: “Potrei dire che io, da quella finestra, non mi sono mai mosso”. I ricordi si sovrappongono: “E più lo credevano matto, più la gente credeva in lui”. Me ne vado, è ora. Ho trovato i miei libri.

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