Emiliano Gucci parla del romanzo Nel vento

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In occasione dell’incontro del Circolo Letterario Pier Paolo Pasolini alla Libreria Feltrinelli di Prato, è stato approfondito il romanzo Nel Vento di Emiliano Gucci, tra gli Scelti per Voi della libreria.

Nel vento di Emiliano Gucci

Edito da Feltrinelli Editore

Nei giorni seguenti non ero lì. Non ho potuto toccare il suo viso e le sue mani nella bara prima che la sigillassero, non so quali contorni e colori avesse la realtà. Non ero al funerale. Così ho dovuto ricostruire tutto, dentro.

Nel 1992 mio padre uccise mio fratello nella neve. Nel 2007 ho perso Caterina per sempre. Io per questi motivi corro.” questo l’incipit disarmante di Emiliano Gucci nella sua ultima pubblicazione Nel vento. La morte del fratello insegue il protagonista come un’ossessione, portandolo a correre. È una corsa che punta dritto verso il traguardo, quella linea di confine oltre la quale superare i traumi e le paure. Una metafora della vita, in cui si esorcizzano i pensieri distraendosi con i moti del corpo.

Con un gesto solamente avrei salvato mio fratello. Senza un gesto solamente Caterina non sarebbe andata.” Gesti, attimi. Tutto accade in un tempo dilatato dentro la mente del centometrista fermo ai blocchi di partenza. Immobilità richiamata anche dal paesaggio innevato in cui si è consumato il delitto.

I concorrenti intorno a lui non sono che numeri sulla pista, figure spersonalizzate che vivono la loro vita in uno spazio-tempo parallelo. Un epilogo tutt’altro che scontato, solleva il protagonista dal proprio fardello, il vento si libera sul suo volto restituendogli la libertà.

“Non posso non vincere questa corsa: è la mia vita.”

emiliano_gucci_nel_vento

Da dove arriva questa storia?

Gucci: “Dalla forza di un’immagine, che adesso ritroviamo nella prima riga del romanzo. Dalla voglia di sbrogliare certi nodi, compiere un percorso insieme a un uomo che non esiste ma che conosco benissimo, e che ho reso protagonista. Da un passato parallelo al mio, da gare in cui realmente ho corso e da altre che mi sono mancate, e che non potranno arrivare più. Del resto ho un cassetto pieno di medaglie d’argento, e là dentro c’è anche il motivo per cui ho smesso di correre. Forse, anche quello per cui ho cominciato a scrivere.”

Come mai il protagonista identifica il fratello associando a esso un cervo fluorescente. Alludevi a una qualche simbologia, era solo un richiamo al capanno nel bosco dei due ragazzi o cosa?

Gucci: “È una visione. Resa più forte dalla mente del protagonista, che cerca suo fratello ovunque. Non lo so perché lui veda un cervo, so che quando si corre in completa solitudine, nella fatica, nella nebbia, scortati soltanto dal proprio battito e dai propri passi, è facile pensare a qualcuno che ci accompagni, in terra o in cielo, qualcuno che in qualche modo ci sorvegli mentre il resto del mondo è distratto, o assente.”

Emiliano Gucci

Si potrebbe quasi dire che nel tuo libro non ci sono personaggi a parte il protagonista. Tutti gli altri, infatti, vivono nei suoi ricordi senza prendere mai veramente forma. Il flusso di coscienza che invade il lettore, trasmette il tormento d’animo delle questioni irrisolte. A chi ti sei ispirato, se c’è qualcuno, per costruire quel personaggio?

Gucci: “No, non mi sono ispirato a nessuno. È nato dentro di me. E quello che dici è vero.”

Mi ha colpito molto il non nominare gli avversari del protagonista, ma di assegnare loro dei numeri. Da dove nasce questa scelta?

Gucci: “I miei centometristi sono lontani dai protagonisti sani, luminosi e sempre più goliardici proposti dal circo mediatico-sportivo a ogni finale di olimpiade. Non sono protagonisti eternamente giovani e forti, campioni di uno sport che dominano con la loro straripante forza fisica ma piuttosto dominati, succubi, ultimo ingranaggio di un sistema-atletica corrotto e marcio, dove scommesse clandestine e doping sono cibo quotidiano. Sopra di loro c’è un’oligarchia che li sfrutta, che li snatura, tanto che non sembrano neanche conoscere le sostanze che assumono, i rischi che tale prassi comporta. Corrono, girano per il divertimento altrui in una sorta di pista giocattolo, che sembra più una prigione di un palcoscenico. Non hanno identità, sono sostituibili in qualsiasi momento. Per questo non sono identificati con un nome proprio, piuttosto con il numero della corsia che gli è toccato in sorte, lo stesso che portano sul petto. Il senso della loro esistenza si chiude lì, quando tagliano il traguardo e i riflettori si spengono, e quel numero viene strappato e buttato via.

Grazie.

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