Nobody’s Body

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Nobody’s Body è un progetto di condivisione di arti performative che ha coinvolto artisti da tutta Europa. Una settimana di laboratori, dal 4 all’8 dicembre, che si sono dislocati in vari luoghi di Prato. Spazi dove mettere in comune le proprie pratiche con 20 artisti italiani e interazionali scelti su invito. Il progetto è stato organizzato da Kinkaleri e Jacopo Jenna, ed è la versione locale della piattaforma internazionale Nobody’s Business, la quale ha svolto sessioni a Bruxelles, Copenaghen, Berlino, Oslo, Stoccolma, Milano, Santarcangelo e Minneapolis.

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Gli incontri sono autogestiti, ognuno porta la propria esperienza e arte e la propone agli altri. Giovedì 7 è la volta del Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, gli artisti fanno un giro di proposte, iniziano con una lettura tratta dal secondo Quaderno dei diari di Paul Valéry: “Niente prova a priori che un giudizio abbia senso”. Infatti, in uno spazio tempo come quello vissuto in questo tipo di esperienza, è inutile qualsiasi sistema di riferimento, tutto è spersonalizzato, Nobody’s appunto, perché tutto diventa un unico corpo.

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Nella prima pratica di meditazione, il gruppo si avvicina, deve restare immobile per cinque minuti, qualcuno chiede: “Posso muovere gli occhi?” “Sì, se non modifichi lo spazio circostante.” Se anche uno solo si muove, ricominciano. È come se fossero radici, alberi, insieme diventano qualcos’altro e esplorano uno spazio nuovo, verticale. Anche io, nella mia veste di osservatrice esterna, mi siedo con loro e percepisco quanto siamo sempre tutti gli uni legati agli altri. Un minimo movimento creerà conseguenze sull’intero gruppo, è forte il senso di connessione che si viene a instaurare.

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A ognuno viene assegnata una parola della frase: “Un punto focale è come un’osservazione rivolta a voi. Un paesaggio privo di punto focale è come il silenzio.” Il partecipante deve fare, correndo, tanti giri del Museo quante sono le lettere della parola “presa in carico” e infine, urlarla. Il risultato, anche per i visitatori, è vedere tante persone che corrono e improvvisamente si fermano e gridano qualcosa. È una scena molto metaforica della condizione umana, della frenesia di vivere e scappare senza sapere bene dove, con la fretta di frammentare lo spazio per arrivare alla conclusione dei giri e quindi, alla totalità della parola che può finalmente assumere significato. La pratica proposta però, è come se rallentasse questa di sete di conoscenza viscerale. Si ha, infatti, la dilatazione del tempo in uno spazio che è predefinito e che corrisponde alla singola lettera, ogni persona deve percorrere un determinato tragitto prima di dare un significato di senso compiuto al proprio “viaggio”. L’urlo sembra il vagito di chi viene al mondo, di chi per un attimo prende coscienza di sé e nel pronunciare la parola, comprende, conclude o forse inizia, a esprimere la propria esistenza. Ma possiamo anche interpretarlo come un grido disperato per uscire dalla condizione di ipnotismo ripetitivo del giro.

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L’incontro prosegue, gli artisti si confrontano sull’importanza delle fanzine come testimonianza dei loro lavori, un amplificatore diverso dalla rete, che possa dare voce alle varie realtà e essere ulteriore luogo di incontro. Ogni tanto qualcuno si alza e aggiunge un dettaglio alle figure disegnate su due grandi cartelloni insieme a una frase che possa far dialogare i personaggi che si vengono a delineare.

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Poco dopo sono di nuovo tutti in terra uno accanto all’altro, per 20 minuti diranno una parola ciascuno cercando di creare una storia. Al centro, un cellulare registra le associazioni e suggestioni che emergono. Il testo verrà poi trascritto e proposto il giorno successivo per l’evento conclusivo di questa settimana di open studio collettivo.

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Non ci sarà da mettere in scena uno spettacolo, ma proseguire con le attività laboratoriali di performance, gli artisti si chiedono come vorrebbero che si articolasse l’evento finale e, sempre insieme, si sdraiano e intrecciano i  loro pensieri: vorrei che lo spazio fosse riempito di fasce argento e oro; vorrei che ogni ora suonasse una sirena; vorrei che noi fossimo lì ma in un’altra forma; vorrei che venisse proiettato un film per intero; vorrei che ci fosse Tarzan; vorrei che avessimo i baffi finti a gatto; vorrei che venisse Marina Abramović, anche Marina Ripa di Meana; vorrei ci fosse un silenzio ogni tanto; vorrei che si cantasse tutti All I want for Christmas is you…

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