Leiris: Non avrete il mio odio

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È il 13 novembre del 2015, Leiris è a casa con suo figlio Melvil di diciassette mesi. Legge un libro mentre aspetta che lei ritorni, ancora non sa cosa sta accadendo là fuori.

Poi gli sms sul telefono che chiedono: “Siete al sicuro?” Un attimo dopo la voce della tv annuncia: “Attentato al Bataclan.” Tutto è già cambiato, Hélène non tornerà.

I fatti di cronaca parigina sono purtroppo ormai noti, quello del teatro fa parte di una serie di attacchi terroristici di matrice islamica. Là dentro ha perso la vita anche la moglie dell’autore. Il silenzio è caduto su Parigi, interrotto solo dalle sirene che sfrecciano veloci.

Vorrebbe urlare, correre a cercarla, ma non può svegliare Melvil e allora aspetta. Ed è un’attesa dal tempo dilaniante e dilatato che riempie solo continuando a ripetere incessantemente il suo numero a vuoto.

Arriva il fratello, fanno il giro degli ospedali, finalmente riesce a parlare con un amico che era al concerto degli Eagles of Death Metal insieme a Hélène. È morta tra le sue braccia, ma glielo racconterà soltanto giorni dopo.

Continua ad aspettare che lei torni, una chiamata che interrompa l’incubo, ma quando la sentenza arriva, è “una condanna a vita”.

LeirisAdesso come dirlo al bambino mentre con il piccolo dito indica la foto della mamma? È dura leggere il diario di quest’uomo senza affondare nel dolore. E nonostante la sua enorme forza d’animo, che forse altro non è che istinto di sopravvivenza, fa male.

Ogni gesto diventa una replica, la copia di, un’imitazione che rimanda continuamente alla sua assenza. Ma Leiris deve per forza sostituirla nei gesti che le appartenevano. “Facciamo come se.”, scrive. In qualche modo deve andare avanti, perché l’innocenza di Melvil è il “rinvio della pena”, anche se è Leiris a sentirsi piccolo “Come un bambino che voglia giocare al papà, senza conoscere le regole.”

E anche se non vuoi, tutto continua. C’è da sorridere alle mamme che preparano loro il pasto, da riconoscere il corpo della moglie all’obitorio, leggere il contatore della luce, organizzare il funerale. C’è il dolore prima di tutto. Perché “la sola cosa che conta è che lei non ci sia più.” La grandezza di questo padre rimasto solo, arriva addosso con poche parole.

Non importa se è stato un attentato terroristico, un incidente o un tumore. Avere un colpevole ideale contro cui inveire, rende l’odio più legittimo. “Si pensa a lui per non pensare più a se stessi, si detesta lui per non odiare la propria vita, si gioisce della sua morte per non sorridere più a quelli che restano.”

Ma non dimenticate il titolo di questo diario – Non avrete il mio odio – perché quello di Leiris è un inno all’amore che è grande tanto quanto il dolore. È un urlo che si leva dalle macerie e invita a non cedere alla collera. È una lettera che lui stesso pubblica sul social network facebook: “Non so chi siate e non voglio saperlo. Siete anime morte.”

Colloca sul letto i vestiti che Hélène indosserà per l’inumazione. Spruzza il profumo preferito e si stende accanto al corpo invisibile. All’indomani del funerale, va al cimitero insieme al figlio: “La mamma è qui.”

La prossima volta che andrò a Montmartre andrò a cercare Hélène. Le dirò che la sua storia non l’ho dimenticata. E a Leiris, anche se non leggerà, va tutta la mia ammirazione.

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